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Come i beacon rivoluzioneranno musei e spazi culturali

Piacenza – Il tema della microgeolocalizzazione è sempre stato un nodo cruciale quando si parla di app o servizi per spazi e eventi pubblici. Il GPS – la risposta a tutti i problemi di localizzazione – non è riuscito a dare la risposta giusta e ha perso il suo turno. Il famigerato QR code, che consente ai proprietari di smartphone di scaricare un’app dopo aver fatto la scansione di un codice a scacchi e lanciare contenuti contestuali, non è così immediato come approccio. Mentre le tag NFC, che hanno avuto successo soprattutto nel mondo del retail, hanno guadagnato poco attenzione al di fuori di questo settore. Il fatto è che, in un mondo wireless, fare la scansione o toccare qualcosa per trasmettere o ottenere informazioni risulta molto scomodo.

Poi è stato rilasciato iOS 7. Dall’annuncio del luglio 2013 si parla tanto di iBeacon in Italia, ma poche al momento sono le app rilasciate. Tra queste un’app dedicata alla visita degli spazi indoor - musei, fiere, manifestazioni – presentata martedì scorso da Ultraviolet, start-up piacentina fondata da Marco Boeri e specializzata nello sviluppo di app per Apple e Android, insieme ai Musei Civici di Palazzo Farnese di Piacenza che hanno ufficialmente adottato IMApp come app ufficiale e come guida multimediale interattiva.

I Musei Civici di Palazzo Farnese a Piacenza sono il primo museo italiano ad avere un’app neglio store, e uno dei primi 5 in Europa, che utilizza la tecnologia iBeacon, i piccoli emettitori Bluetooth con un raggio d’azione che va da pochi centimetri a 70 metri. Ogni volta che uno smartphone o un tablet entra all’interno di questo raggio, vengono inviate delle notifiche e scatenate delle azioni, personalizzabili per ogni utente, sul dispositivo.

Dal punto di vista del gestore del museo, e di qualsiasi luogo – fiera, centro commerciale, manifestazione indoor – che sceglie di adottare tale tecnologia, il vantaggio principale risiede nel non dovere sostenere spese di gestione e manutenzione dell’hardware delle audioguide tradizionali. Grazie alla particolare architettura di IMApp, infatti, i contenuti abbinati a ogni beacon possono essere aggiornati e modificati molto semplicemente e in tempo reale, rendendo tale scelta estremamente agile e versatile.

L’uso di una guida è il modo migliore per godersi l’esperienza in un museo da qualsiasi parte del mondo, accompagna i visitatori in giro per il museo, coinvolgendoli e portando le opere d’arte più vicino a studenti, appassionati d’arte e a tutti coloro che all’inizio si mostrano poco interessati. L’utilizzo di app che uniscono audioguida e funzionalità legate alla prossimità sono un gran potenziale per i musei, turismo, cultura e arte, anche se sono ancora in fase embrionale. La città di Piacenza si è fatta sponsor del progetto IMApp intravedendo nuovi modi per coinvolgere il pubblico con visite guidate della città, informandoli sui punti di interesse, luoghi storici soprattutto in vista dell’Expo 2015.

Arrivata all’ingresso del museo è stato facile installare l’app grazie al gigantesco QR code sulla posizionato nei pressi della porta d’ingresso. Non avevo con me degli auricolari – fortunatamente ci ha pensato il museo – essenziali per poter utilizzare l’app come audioguida. Secondo passaggio fondamentale è attivare il bluetooth: e così come per magia sul display appare la scheda introduttiva del museo. Proseguendo all’interno delle sale si riesce a godere appieno della potenzialità della tecnologia iBeacon: avvicinandosi a ogni quadro appariva sullo schermo la scheda a lui dedicata senza dover interagire manualmente con il telefono.

Nelle stanze che contenevano molte opere si è potuto rilevare come questa tecnologia e i progetti correlati siano ancora nella loro fase embrionale e abbiano bisogno di molti test: per l’installazione dei beacon, infatti, va valutata la planimetria e morfologia del luogo perché i raggi possono sovrapporsi e creare conflitti. Quando si è più o meno equidistanti da due opere vicine l’app non sempre suggerisce la scheda giusta dell’opera che stiamo osservando, soprattutto perché non sempre, data la presenza di altri visitatori, ci si può posizionare perfettamente di fronte o vicino all’opera che si vuol guardare. O nel caso dei grandi quadri: li si osserva appieno alla debita distanza, magari quando si è più vicini all’opera che si ha alle spalle.

Utile la possibilità di creare un percorso personale che ci porta a visitare solo le opere precedentemente selezionate, oppure a trovare velocemente il bagno, cosa per cui a volte capita di perdersi all’interno di un museo. Ci sono ancora alcune piccole funzionalità che si potrebbero aggiungere per favorire ogni genere di visitatore: lo zoom del testo, la scelta della lingua e l’orientamento della mappa.

Ed è così che la visita si conclude e grazie all’app si è arricchita di molte informazioni utili che hanno permesso di sentirsi coinvolti, di “vivere” le opere e conoscere qualcosa di più sull’autore. Peccato poi scoprire che contenuti multimediali più BLE più display si sono risucchiati tre quarti della batteria, lo potete notare dagli screenshot. Non è un caso che alcuni musei come il Boerhaave Museum di Leiden, Olanda, prima di scegliere se far scaricare l’app guida sul dispositivo del visitatore o fornire un tablet con l’app preinstallata hanno fatto un sondaggio: la maggioranza degli intervistati non erano disposti a veder dimezzata l’autonomia del proprio dispositivo. Un particolare non da poco che ogni ente che sceglie il primo tipo di soluzione dovrà tener presente, fornendosi di colonnine per ricaricare la batteria o soluzioni simili.

Per musei, gallerie e spazi pubblici questa tecnologia rimane certamente un grande passo avanti insieme alla diffusione dello smartphone. È l’anello mancante che cambierà il modo in cui i dispositivi mobili vengono utilizzati in spazi pubblici, e per legittimare la loro presenza, piuttosto che essere percepiti come una distrazione da essi.